LE TRADIZIONI Lo studio e l’interpretazione delle tradizioni popolari teramane sono iniziati fin dall’800 con l’antropologo Gennaro Finamore che per primo sistemò organicamente la cultura popolare abruzzese e teramana; medico, proprio dall’esercizio della sua professione ebbe il primo impulso a raccogliere i documenti della vita popolare della nostra regione. I suoi due volumi “Curiosità e credenze “ costituiscono il corpus più completo delle tradizioni regionali: materiale relativo a credenze , consuetudini , superstizioni, norme di medicina popolare. Suo contemporaneo e altro studioso del folclore abruzzese fu Antonio De Nino che si dedicò agli studi linguistici contenuti nella sua raccolta “Tradizioni popolari abruzzesi”. I suoi due volumi “Miti e leggende e superstizioni d’Abruzzo” sono ritenuti fondamentali per gli studi etnografici regionali. CULTURA POPOLARE TERAMANA La cultura di un popolo si manifesta in ciò che realizza, in quello che produce e nel modo in cui si rapporta con il luogo d'origine. Fin da epoche lontane, il territorio del Teramano è stato abitato e utilizzato da uomini e donne che hanno dato vita a tradizioni e mestieri percepibili nei vicoli e nelle botteghe artigiane ancora esistenti. È nella memoria popolare che sopravvivono gli echi dei canti dei mietitori e dei contadini, il belare delle pecore, il martellare del falegname e del fabbro, le voci allegre delle lavandaie. Esistono ancora in alcuni luoghi costumi e tradizioni della civiltà agro-silvo-pastorale teramana legata ad un'economia di semplice sussistenza. Le attività legate alla transumanza, oltre ai pastori, vedevano impegnati i tosatori, i cardatori, i tintori e i tessitori per la lavorazione della lana, il massaro e il caciaro per la mungitura e la lavorazione del formaggio, i bassettieri per la concia e la vendita delle pelli, i butteri per l'approvvigionamento dell'acqua e della legna e per la costruzione delle recinzioni per il ricovero degli animali. Nel teramano, oltre alla pastorizia anche l'agricoltura aveva un certo sviluppo, grazie a piccoli campi coltivati sulle pendici esposte a sud e nei fondovalle dove erano coltivati grano, granturco, legumi e gli ortaggi che servivano per il fabbisogno quotidiano delle famiglie. Quello del contadino è uno dei mestieri più antichi del mondo e i raccolti dei campi, dei frutteti, delle vigne e degli orti erano i prodotti per cibarsi e in parte per rifornire i mercati e le botteghe con la prospettiva di ricavarne del denaro. Diffusa in questi territori era la mezzadria ovvero il contratto agrario che prevedeva di conferire metà del prodotto al proprietario terriero e di tenerne per sé la restante parte. Il calendario del contadino era ricco di impegni: la vendemmia e la preparazione del terreno con la semina di alcuni prodotti e la raccolta delle olive in autunno, l'uccisione dei maiali e la lavorazione della carne in inverno, la semina primaverile del granturco, dei fagioli e delle patate, la mietitura e trebbiatura del grano e la raccolta della maggior parte dei prodotti in estate. L'attività artigianale, che ha tradizioni antichissime, è legata soprattutto ad oggetti fabbricati per soddisfare i bisogni immediati: i bastoni dei pastori, le ciotole, gli sgabelli per mungere il bestiame, i recipienti per i formaggi, gli utensili da cucina, e gli arredi domestici. Il materiale preferito era il legno abbondante nella zona. Lo scalpellino lavorava, decorava e collocava blocchi di pietra utilizzata per abitazioni, sentieri e marciapiedi e per gli oggetti ornamentali che impreziosiscono ancora oggi i centri storici. Il fabbro era un artigiano che in passato godeva di molta considerazione perché i paesi a vocazione agricola non potevano fare a meno di questo professionista che forgiava i metalli. Figura tipica era anche quella del carbonaio che restava in montagna per mesi interi, portandosi dietro solo il mulo. Una tradizione tipicamente femminile era la filatura della lana che veniva praticata con la rocca e il fuso. La lana un tempo veniva cardata facendola passare e ripassare tra due assi di legno contrapposti dai quali fuoriuscivano lunghi chiodi. Alle vecchie attività di un tempo oggi si sono sostituite quelle nuove, legate prevalentemente al turismo. Vi è però la consapevolezza di dover conservare il patrimonio ambientale e culturale del territorio, per garantire benefici non solo economici, convogliando gli interessi e gli sforzi verso un nuovo modo di progettare e investire, tenendo conto di un nuovo importante settore di occupazione, rappresentato dalla "qualità della vita". LA GASTRONOMIA TERAMANA La gastronomia teramana è sorprendentemente ricca e varia e trae da antichissime tradizioni contadine i suoi inconfondibili profumi e sapori. Influenzata da una storia secolare che risale già agli albori della cultura italica, comprende nel suo territorio di montagna, boschi, valli, corsi d’acqua, grotte e vestigia storiche. La realtà di secoli di storia e la fantasia delle tradizioni culturali si mescolano in un intrigante connubio di profumi e sapori che restituiscono i piaceri tipici degli alimenti semplici e sani appartenuti ai nostri avi. Visitare “gastronomicamente” il nostro lembo d’Abruzzo significa anche scoprire la cucina fondata sulla genuinità dei prodotti e sulla tecnica preparatoria nata da antichissime tradizioni, una vera arte maturata nel tempo per rendere il cibo una espressione culturale. I boschi, di cui il territorio è ricco, custodiscono tesori come i pregiati tartufi, i marroni con cui si preparano i dolci “caggionetti” (fatti di sottilissima pasta sfoglia tagliata a forma di raviolo e riempita di purea di castagne, noci, miele), il famoso fungo Porcino che caratterizza profondamente la cucina di montagna. Nell’ambito della gastronomia teramana piatto principe sono i “Maccheroni alla chitarra” o “Chitarra con le pallottine”; si tratta di una sorta di spaghetti a sezione quadrata che si ottengono pressando la sfoglia di pasta sulla chitarra (lu maccarunar): un attrezzo tradizionale teramano costituito da fili d’acciaio tesi, accostati parallelamente su una intelaiatura di legno. L’eccezionalità di questo piatto è nel sugo, ricco di carne sotto forma di “pallottine”; piccolissime polpettine di carne mista preparate a mano e fatte soffriggere in padella con olio extravergine d’oliva petruziano delle colline teramane (dop), prodotto nel nostro territorio, dalle diverse fragranze e composizioni in grado di accontentare ogni tipo di palato. Oltre alle “pallottine” un elemento caratterizzante della cucina teramana sono le “scrippelle”; sottilissime frittatine preparate versando su una padella caldissima una pastella di farina, acqua e uova; tanto simili alle ‘crepes’ dei francesi. Le “scrippelle” sono alla base di due dei piatti fondamentali della cucina teramana: le straordinarie Scrippelle “n”busse cioè bagnate, immerse in un leggero brodo di gallina dopo essere state cosparse di pecorino e cannella ed arrotolate. Gli stessi gusti decisi con gli accostamenti arditi hanno generato una pietanza unica nel suo genere: le “mazzarelle”, tipici involtini di coratella di agnello ed erbe aromatizzanti, avvolte in una foglia di indivia e legati con le budella. Intrigante e caratteristica preparazione è il “tacchino alla canzanese” oramai entrato di diritto nella ristorazione nazionale e anche estera, realizzato proprio nel comune di Canzano a base di tacchino dissossato e stufato e infine servito con abbondante e saporita gelatina. La poesia culinaria si arricchisce anche di una infinità di dolci fra i quali ricordiamo i “bocconotti” la “pizza di Pasqua”, le “neole”, la “pizza dolce”, le “sfogliatelle”, i “calcionetti”, i “pepatelli”, i “taralli di San Biagio”, la “croccante di mandorle”, “lu lattaciol”, gli “uccelletti di S. Antonio”